NELL’ANNO SACERDOTALE 2009

Da luglio 4, 2009

È a Maria “Madre della Chiesa” che il Papa Benedetto XVI ha affidato l’Anno Sacerdotale inaugurato alla luce del “Sacratissimo Cuore di Gesù”. Infatti “il Sacerdozio è l’amore del Cuore di Gesù” come diceva San Giovanni Maria Vianney (il curato d’Ars), che, in quanto patrono dei parroci, in questo Anno Sacerdotale è indicato come modello al quale tutti i sacerdoti possono riferirsi.
L’Anno sacerdotale “promuove l’impegno di interiore rinnovamento dei sacerdoti per una loro più forte ed incisiva testimonianza evangelica nel mondo d’oggi” (Lettera di Benedetto XVI) ma, nello stesso tempo, l’Anno Sacerdotale invita tutti i credenti ad apprezzare “l’immenso dono che i Sacerdoti costituiscono non solo per la Chiesa, ma anche per la stessa umanità” (ivi) e quindi a pregare il Padre perché conceda Sacerdoti santi.

Per una fruttuosa riuscita dell’Anno Sacerdotale affidiamo anche noi a Maria la nostra preghiera e tutte quelle iniziative che intraprendiamo quale nostro contributo personale.
Da parte delle nostre consorelle claustrali del Sasso, che nella Chiesa esprimono l’indispensabilità della preghiera, abbiamo l’invito a unirci a loro perché ognuno di noi ottenga, in quest’anno, di donare alla Chiesa un Sacerdote.
Nella seguente riflessione specifichiamo la loro proposta:

“DONA UN SACERDOTE ALLA CHIESA”

Le parole, che poniamo a titolo di questa proposta, fanno parte di una breve lettera che Mons. J. A. Cousin, dal Giappone, scrisse alla signora Stefania Cottin Bigard e a sua figlia Jeanne.
Egli chiedeva loro di pregare e di interessarsi per qualche vocazione sacerdotale per la sua diocesi che ne era del tutto priva.
Scriveva loro: “… la vostra carità, io spero, non si rifiuterà di parlare qualche volta del piccolo seminario di Nagasaki agli amici del buon Dio e io non dubito che Egli farà a qualcuno la grazia di donare una sacerdote alla Chiesa a prezzo di generosi sacrifici …” (anno 1889).
Questa lettera fu la misteriosa molla di un grandioso organismo; fu la scintilla che accese una grande passione missionaria in molte persone che si interessarono e provvidero a risolvere, in molte zone di missione, il problema del clero indigeno.
La scintilla scoccava in Oriente ed esattamente nella città che sarebbe diventata il rogo orribile della bomba atomica, Nagasaki, e accendeva numerosi cuori ispirandoli a far proprio il comando di Gesù: “Pregate il Padre perché mandi operai nella sua messe” (Mt. 9,38).

La mancanza di sacerdoti l’avvertiamo, oggi, non solo in Europa, ma è anche viva nella nostra Italia. Il tormento del problema vocazionale scorre in tutto il mondo e particolarmente nel mondo occidentale.
Con la stessa fede e preoccupazione del vescovo Cousin, e con le sue stesse parole voglio passare a tutti i nostri gentili lettori l’invito pressante a “donare un sacerdote alla Chiesa”.
Ho pensato così: se noi tutti, con “un cuor solo e un’anima sola” (At. 4,32), chiediamo, per intercessione della Madonna, un sacerdote per la Chiesa, l’otterremo. Il Signore sarà attratto dall’intesa dei nostri cuori e ci esaudirà.
Riflettevo per voi sulle parole sapienti di quella breve lettera del vescovo che ci apre gli occhi su realtà che ci stanno a cuore e che non possiamo, con superficialità, rinunciare a cercarle e a fare la nostra parte.
Nella lettera si dice:  “la vostra carità”. Pregando e sacrificandosi per ottenere un sacerdote in più alla Chiesa, noi non solo ubbidiamo al comando di Gesù di pregare il Padre, ma facciamo anche un atto, tra i più preziosi, di carità. Con il sacerdote provvediamo a far sì che tante persone abbiano tutti i mezzi di grazia per la loro salvezza.
Le persone, che fanno questa carità, sono chiamate dal vescovo giapponese: “amici di Dio” perché ascoltano il messaggio che li aiuta a fare quanto Dio stesso vuole.
Ma, in questo caso, siamo noi  a “ricevere una grazia”, perché un nuovo sacerdote è un dono di Dio da cui tutti ne traiamo beneficio.
Le parole del vescovo, infatti, non contengono un invito e tanto meno una richiesta, ma annunciano, piuttosto, l’elargizione da parte di Dio di una grazia, cioè di un carisma che prepara il dono più grande che si possa fare alla Chiesa di Cristo: un nuovo sacerdote, un missionario.
Poiché, però, la grazia che viene concessa ha un inestimabile valore di privilegio, non vi è prezzo adeguato per viverla, come non è misurabile il premio che la incorona.

Da quella lettera si sprigionò una scintilla a cui seguì un incendio che travolse tutta la vita delle due destinatarie: in quella lettera scoprirono la loro vera vocazione e per questa divennero le Fondatrici dell’Opera di S. Pietro Apostolo per il Clero indigeno.
Il prezzo chiesto a queste due donne per la fondazione di un’Opera, che avrebbe mostrato al popolo di Dio che cosa fare per il clero locale delle  Missioni, è una conferma delle immutabili leggi della Redenzione, ma gli enormi sacrifici da esse accettati e compiuti non pareggiarono mai la bellezza e la santità della grazia loro concessa.
La loro Opera continua il suo cammino ed è adesso l’Opera del Papa e dei Vescovi e, conseguentemente, di tutti i fedeli. E’ l’Opera che ha provveduto la Chiesa missionaria di migliaia e migliaia di sacerdoti d’ogni razza e colore e centinaia di vescovi d’ogni terra.
Il suo lavoro continua, anzi, per la mancanza attuale delle vocazioni, il lavoro inizia  ….
Chiunque abbia intelletto d’amore e fede acuta e forte può, se vuole, tendere a questa “grazia” … sia una singola persona sia una comunità ecclesiale.

Anche noi personalmente, perciò, potremmo avere questa grazia! Chiediamola al Signore per intercessione della Madonna del Rosario.
Oltre alla preghiera e all’offerta dei sacrifici, che potremo continuare anche dopo, invitiamo a partecipare ad una “novena sacerdotale” speciale.
Ed ecco la proposta!
Ognuno scelga il periodo di nove giorni consecutivi e, ogni giorno, alle tre del pomeriggio, con tre Ave Maria o con la recita di un Mistero del Rosario, chieda la grazia di “donare un sacerdote  alla Chiesa”. (Se non vi fosse possibile quell’ora, sceglietene un’altra).
Mons. Cousin chiudeva la sua lettera così: “Quale gioia durante la vita, e quale consolazione nell’ora della morte, pensare che un Sacerdote pronuncerà tutti i giorni il vostro nome al memento della Messa”.

“GENITORI D’ADOZIONE”

Le Fondatrici dell’Opera dell’Apostolo Pietro, delle quali abbiamo parlato sopra, per provvedere a nuovi sacerdoti per la Chiesa, basarono l’ispirazione della loro opera sulle ADOZIONI di giovani che si avviano al sacerdozio. Esse provvidero con le loro personali elargizioni e con le donazioni loro affidate da altre persone generose.
Anche oggi ci sono persone che provvedono al mantenimento di seminaristi di famiglie povere. Certamente un sacerdote è l’eletto fra tanti chiamati che arriva alla meta. Quanti si perdono lungo il difficile cammino verso l’altare! Che non avvenga che per mancanza di mezzi, tanti giovani non raggiungano l’altare. I sacrifici loro e per loro, da affrontare, sono quindi pesanti e (perché non dirlo?) esposti anche ad imprevisti; ma appunto per questo ogni nuovo sacerdote è il dono più prezioso che si coopera a dare a Dio e alla Chiesa.
Chi fosse interessato all’adozione di un giovane avviato al sacerdozio nelle nostre Missioni del Pakistan e del Guatemala, si metta in comunicazione per avere indicazioni più dettagliate.
Diventare “genitori d’adozione”, anche se costa sacrificio, contiene e comunica le gioie più profonde e serene della fede. Una grazia, per pochi, che segue solo a veri gesti d’amore!

CHI E’ DUNQUE IL PRETE?

La piccola e grande “storia del prete”, si rifà direttamente al vero ed unico Sacerdote, Gesù, che  “fra i discepoli che andarono da Lui, ne costituì dodici,  perchè stessero con Lui” (Mc( 3,14).
Questa piccola e grande storia ebbe ilsuo momento culminante nell’Ultima Cena, allorché Gesù, dopo aver dato loro in cibo il pane e il vino, divenuto sacramento del suo corpo e del suo sangue, segno della sua passione e del suo sacrificio ormai imminenti, disse loro: “Fate questo in memoria di Me”. Agli stessi, dopo la sua resurrezione, disse pure: “A chi rimetterete i peccati saranno rimessi”.
Da allora, nella Comunità cristiana, il prete  è  segno di Cristo, perché, per l’imposizione delle mani, comunicando con quanto hanno ricevuto gli Apostoli diventa: “l’uomo dell’Eucaristia”, “l’uomo del perdono”, “l’uomo dell’unità”.
Invece di chiederci che fa il prete?”, “A che serve?”, dovremmo domandarci: che cosa sarebbe l’umanità, la comunità in cui viviamo, senza l’Eucaristia, senza il perdono, senza l’unità …
Vi è spesso una critica gratuita a riguardo del prete che sfuma di fronte ad una semplice constatazione: sacerdoti in sperdute parrocchie di campagna, come in anonimi agglomerati urbani, dimentichi di sé e a disposizione del popolo in qualsiasi ora del giorno e della notte e per lunghi anni; quasi sempre per una vita intera sono disponibili ad essere partecipi delle gioie come delle sofferenze della propria gente.

A cura di p. eugenio zabatta op.

Questo é stato pubblicato il sabato, luglio 4th, 2009 alle 17:34 ed é stato archiviato nel L'Angolo del Teologo. Both comments and pings are currently closed.

i commenti sono chiusi.