DESTINATI A VIVERE

Da aprile 10, 2009

La nostra fede, quella di noi cristiani, è legata intimamente all’evento storico della Resurrezione di Gesù dai morti. A questa Resurrezione, di conseguenza, è legata tutta la predicazione evangelica! Quando si trattò di eleggere chi prendesse il posto di colui che “aveva prevaricato per andare al posto suo”, Pietro presenta uno che “sia stato testimone con loro della Resurrezione di Gesù” (cf. Atti1,22 ss).
Noi cristiani non crediamo a Dio e basta; noi crediamo a Dio che risuscita Gesù dai morti e con lui farà risorgere anche noi: noi crediamo a Dio che dà la vita (cf. Mt. 22,35; II Cor. 4, 14).
Gesù non è venuto per morire e basta!  È venuto per unirci a Sé e farci partecipi del suo processo di glorificazione. Egli, infatti, è stato “giustiziato” per i nostri peccati, ma è “risorto” per la nostra giustificazione (salvezza). Solidali con Lui nella morte, saremo solidali a Lui nella Vita.

DESTINATI  A  VIVERE

è in Cristo che Dio ci da la vita
quella eterna e gloriosa

Fede soggettiva

La fede (1) è un dono di Dio il quale dispone la mente e la volontà dell’uomo, se non pone ostacolo, ad accettare le verità che Dio stesso ha rivelato: l’uomo si fida di Dio che parla.
Questa disponibilità dell’uomo, ad accettare le verità rivelate, è la “fede soggettiva”, che lo Spirito Santo, e solo Lui, può infondere nell’uomo, il quale così riesce ad accettare verità che superano la sua comprensione umana  – a volte sembra che la contraddicano, ma non è vero –  : sono “misteri” (2).
In fondo, niente è più logico che “l’Universo Divino” sia un mistero e perciò superiore alla mente umana, alla quale solo Dio può rivelarlo.
Sapere che una realtà esiste non vuol dire capirla.
La mente umana può solo intuire che quella realtà è “sopra”, non “contro” l’evidenza razionale.

Fede oggettiva

Il complesso delle verità rivelate da Dio all’uomo sono la “Fede oggettiva”.
Non è che Dio le riveli al singolo uomo a cui dà la “fede soggettiva”, cioè la disponibilità ad accettare quelle verità.
Dio le ha già rivelate tutte. “Ultimamente… Dio ha parlato a noi per mezzo del Figlio” (Ebr. 1,2).
Dopo Gesù, che non scrisse nulla, e con la morte dell’ultimo apostolo che ha potuto trasmettere quello che Gesù aveva  detto, nessuna nuova verità è degna di “fede divina”.
La Chiesa può esplicitare le verità ricevute; non può aggiungerne delle nuove.

La Chiesa ha ricevuto questo “deposito” della fede, perché trasmettesse le verità ricevute e lo ha fatto. L’ha fatto prima (cioè nei primi anni dopo l’Ascensione di Gesù) solo per mezzo della predicazione degli Apostoli, che consegnavano così le verità rivelate al popolo di Dio: è la “Tradizione orale”.
Dopo qualche anno lo ha fatto anche per mezzo della Scrittura del Nuovo Testamento. E’ la “Tradizione scritta”, o semplicemente la Sacra Scrittura.
Nessuno dei libri della Bibbia però rivela l’intenzione di esporre sistematicamente quello che Gesù ha insegnato. San Giovanni con un paradosso esclama: “… il mondo stesso non basterebbe a contenere i libri che si dovrebbero scrivere” (Gv. 21,25). Ogni libro è nato da occasione e con intenti particolari.

E’ alla Chiesa che Gesù ha dato la missione di trasmettere “a voce o per scritto” quello che ha rivelato (fede oggettiva).
Questa trasmissione “a voce” (= Magistero) e “per scritto (=Bibbia) hanno la garanzia dello Spirito Santo, il quale senza togliere niente all’elemento umano del Magistero e dello Scritto, assicura l’infallibilità di quanto riguarda la fede e la morale, cioè “la salvezza” dell’uomo.
Gesù non ha voluto lasciare l’uomo nell’incertezza sui problemi più essenziali della sua esistenza!

Cristo risorto: realtà storica.

Nella trasmissione  – orale e scritta –  delle verità rivelate vi sono alcuni dati che non sono propriamente verità di fede, ma sono intimamente connessi con le verità rivelate; sono dati di esperienza e certezza umane, storiche.
Il più importante di questi “dati” è la resurrezione di Gesù, o meglio Cristo risorto (e la tomba vuota): il vero segno di Giona (Mt. 12, 39).
La verità rivelata a cui la resurrezione è intimamente connessa – ed è il mistero fondamentale della nostra fede, che abbraccia tutti gli altri –  è la Divinità di Gesù.  È così intimamente unita che S. Paolo può affermare: “Se Cristo non è risorto, è vana la vostra fede” (I Cor. 15,17).

Non è senza motivo che Gesù si rifiuta di dare altri “segni”, ma questo  – il segno di Giona –  lo presenta lui stesso come “segno” dal cielo.
Altri aspetti fanno rientrare la Resurrezione nel “mondo del mistero”, ma come segno essa è un dato di esperienza e certezza umane; è oggettiva.

L’ abbiamo visto morto e risorto.

Gli apostoli  – e le pie donne, nonostante il silenzio prudente di S. Paolo su di loro, e i cinquecento discepoli, di cui parla sempre Paolo, ancora vivi mentre scriveva – non ci hanno detto: “Credete alla Resurrezione di Gesù perché ci abbiamo creduto anche noi”.
Non si può “testimoniare” in base a quello che uno “crede”.
Essi ci hanno detto: “Noi abbiamo visto Gesù risorto, l’abbiamo toccato, l’ abbiamo visto mangiare” (I Gv. 1,1).
È una realtà storica ed essi per primi avevanoesigito prove inoppugnabili di quella realtà, di cui poi si sono dichiarati testimoni, anche a prezzo della loro vita.
Non si getta una vita senza una certezza!
Allora fecero bene gli apostoli a dubitare?
Come avrebbero, infatti, potuto testimoniare la Resurrezione, se essi l’avessero creduta e non veduta?
Fecero male e Gesù li rimproverò “perché non avevano creduto” (Mc. 16,14).
Gesù infatti avrebbe voluto che essi credessero prima, poi sarebbe ugualmente apparso loro intutta la sua splendida realtà di risorto, perché potessero essere i “suoi testimoni fino ai confini del terra”(Lc. 24,48).
Il sepolcro vuoto doveva essere per loro solo il momento per segnare l’avveramento delle parole di Gesù, che tante volte aveva ripetuto loro: “Il terzo giorno risorgerò” (Mt. 9,22).

E la fede si fonda sulla parola e pare proprio che così fu per l’apostolo Giovanni, che aveva “preso con sé Maria” (Gv. 19,27) in quel sabato di attesa.
Gli apostoli persero quella splendida occasione di fare il più bell’atto di fede.
Ma Gesù  – che non ritira mai il suo amore –  li fa ugualmente “suoi testimoni”. Si fa vedere.
La resurrezione così è il più valido criterio di credibilità per la divinità di Gesù. Non potremo mai penetrare con la nostra ragione la sconvolgente verità di un Uomo-Dio, ma la resurrezione e tutta la storia dell’umanità e della Chiesa c’insinuano che è “credibile”.

__________ note.

1 . Proponiamo questo tema coscienti dell’inquietudine che agita alcuni ambienti moderni in relazione a questa virtù teologale che è la fede. Essi non si sottraggono all’influsso di un mondo in profonda trasformazione, nel quale un così gran numero di certezze sono messe in contestazione o in discussione. E’ necessario avere cura di non intaccare gli insegnamenti della dottrina cristiana.

2 . Ad esempio “i mutui vincoli che costituiscono eternamente le tre Persone, le quali sono ciascuna l’unico e identico Essere divino, sono la beata vita intima di Dio tre volte santo, infinitamente aldilà di tutto ciò che noi possiamo concepire secondo l’umana misura”(Prof. di fede di SS. Paolo VI, – 30,VI,1968) (cf. DenzS. 804).

FINESTRELLA A PARTE

La Costituzione Dogmatica Conciliare “Dei Verbum” (18 nov. 1965), sulla Divina Rivelazione, espone la dottrina tradizionale sulle due fonti della Divina Rivelazione, ossia la Sacra Scrittura e la Tradizione: dottrina già ampiamente illustrata dallo stesso Concilio tridentino.
Il Concilio Ecumenico Vaticano II, nel capitolo VI della  Costituzione esorta vivamente tutti i fedeli a leggere la Sacra Scrittura e ad approfondire il significato, sotto la guida sicura del Magistero della Chiesa. “L’ignoranza delle Scritture, dice S. Girolamo, è ignoranza di Cristo stesso” (S. Girolamo, Comm. In Is. Prol.: PL 24,17.  – Cf Benedetto XV, Enc. Spiritus Paraclitus: E.B. 475-480; Pio XII, Enc. Divino afflante: E.B. 544). (DV, 5)
Troviamo questa duplice nozione di fede, anche se con termini diversi, già, ad esempio, nelle “Catechesi” di S. Cirillo di Gerusalemme (348) che scrive: “Il termine ‘fede’ è unico come vocabolo, ma la realtà che esso significa è duplice. V’è una specie di fede, quella dei dogmi, che consiste nell’assenso dell’anima ad una verità … v’è una seconda specie di fede, quella che ci è donata da Cristo come puro dono gratuito… questa fede non riguarda solamente i dogmi, ma anche l’efficacia di operare cose che superano le umane possibilità” (Cat. V, 10).
Per quanto riguarda l’elenco delle singole verità di fede, leggiamo nella lettera apostolica “Ad tuendam fidem” di Giovanni Paolo II, (29.VI.1998): “Fin dai primi secoli sino ad oggi la Chiesa professa le verità sulla fede di Cristo e sul mistero della sua Redenzione, che successivamente sono state raccolte nei simboli della fede (=Simbolo degli Apostoli oppure Simbolo niceno-costantinopolitano). Cf. anche: Codice dei canoni delle Chiese Orientali, n. 598; e Codice di Diritto Canonico, n. 750.

Questo é stato pubblicato il venerdì, aprile 10th, 2009 alle 17:36 ed é stato archiviato nel L'Angolo del Teologo. Both comments and pings are currently closed.

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